Deep Love: manga

È parecchio tempo che non scrivo su questi lidi, non perché le mie letture o i miei pensieri sconclusionati si siano interrotti – giammai! -, ma, come potete immaginare, il tempo è sempre più tiranno e mi riesce estremamente difficile riuscire ad aggiornare in modo costante tutti i vari ambiti di Kenderasia. Scriptorium parla di parole, scritte e non, e siccome instaura un legame un po’ più intimo con la mia persona tendo a considerarlo uno spazio più personale rispetto agli altri, dal momento che a volte i libri – ma anche i pensieri – mi sconquassano un po’ l’anima, tanto che è difficile mettere per iscritto tutto il trambusto che mi attraversa la mente.

Ordunque, fatta questa doverosa (?) premessa non richiesta, torniamo in topic. Da qualche tempo ho iniziato a leggere manga. È curioso, ora che ci penso, vedere come non mi ci sia appassionata fino a ora. A parte una manciata di titoli, i manga non sono mai entrati a far parte delle mie passioni. Forse perché le suddette passioni sono sempre state troppe e a un certo punto ho dovuto mettere un freno a qualcosa, forse perché da giovincella non ho mai avuto un facile accesso a manga e fumetterie. Fatto sta che mi sono sempre buttata a capofitto soltanto sugli anime. Sicuramente la rete ha semplificato di gran lunga le cose.

Ho divorato Deep Love stanotte, tutto d’un fiato e sto tuttora cercando di mettere ordine in quel devasto emotivo che ha causato.

Deep Love nasce come cell phone novel ed è stato successivamente adattato in manga. Il primo racconto della serie è Deep Love: Ayu no Monogatari, risalente al 2004. Successivamente sono stati realizzati altri racconti correlati alle vicende del primo: Deep Love: Host, Deep Love: Reina no Unemi e Deep Love: Pao no Monogatari.

Deep Love contiene tuttto il male del mondo. E tutto l’amore del mondo.

La vicenda principale racconta la storia di Ayu, una ragazza di diciassette anni che non trova alcun senso nella vita, ma neppure nel morire. Ayu non ha nessuno, e non ha mai tenuto a nessuno. Ayu non sa tenere a nessuno, perché mai nessuno ha tenuto a lei. Con gli occhi vuoti e annebbiati passa le giornate a vendere il proprio corpo in maniera meccanica, senza riuscire a trovare un minimo significato nella sua vita di solitudine e degrado. Fino a quando incontra una vecchietta, la quale le mostrerà per la prima volta che esiste qualcosa oltre al male e al dolore. Per la prima volta Ayu incontra qualcuno che tiene a lei e capisce che esiste un qualcosa chiamato amore. L’affetto per la sua ‘nonnina’ non rimarrà l’unica cosa a rendere vivi gli occhi di Ayu. L’incontro con il cagnolino Pao e Yoshiyuki le faranno capire che in mezzo a tuto il dolore c’è qualcosa a cui tenere più di ogni cosa al mondo, anche a costo della propria vita. Nel corso della storia assistiamo al trionfo del male che pare inarrestabile: non c’è mai fine al dolore. Eppure in mezzo a tutto il degrado, al disgusto e alla crudezza della malvagità umana l’amore di Ayu risplende di assoluta purezza. Ed è lì la redenzione: impantanata in un oceano di fango Ayu è pura, grazie all’amore assoluto che ha imparato a provare e che si rivelerà appieno nella sua morte.

Non nascondo che ho pianto ininterrottamente durante la lettura. Deep Love squarcia il cuore, lo lacera e lo commuove di bellezza. Le vicende degli altri personaggi amplificano questo dolore immenso e la constatazione della malvagità pura è quasi intollerabile. Quando le vicende – fittizie ma anche così reali, non facciamo finta che nulla di ciò accada intorno a noi – vi faranno perdere qualsiasi fiducia nell’umanità, si vedranno gli effetti dell’amore profondo che no, non cura ogni cosa, ma è l’unica possibilità di senso e redenzione.

 

 

Jane Austen – Lady Susan

Devo ammettere che, nonostante la mia viscerale passione per i romanzi di Jane Austen, non conoscevo Lady Susan.

Per essere venuta in contatto con questo testo devo ringraziare la lodevole iniziativa della Newton Compton Editori di pubblicare alcuni classici della letteratura in edizione integrale supereconomica a 99 cent.

Lady Susan mi ha coinvolto all’istante in modo profondo. Ovviamente la maestria della scrittura e l’uso dell’ironia così meravigliosamente sottile da parte della Austen sono cose note a tutti (o almeno lo spero; in caso contrario, correte a recuperare! Sì, sono letture godibilissime anche per il genere maschile, fidatevi).

Mi ha coinvolto perché io mi sono imbattuta in Lady Susan. In realtà in almeno un paio di Lady Susan.

C’è uno scarto qui, rispetto agli altri romanzi della Austen. Non abbiamo la sua tipica eroina femminile. Possiamo dire che la protagonista, l’eroina Susan è tutto fuorché un personaggio positivo.

Lady Susan è quella persona che appare estremamente piacevole, di impatto. Attrae, seduce, ti incanta, ti lusinga. Ti guarda nel modo in cui vuoi essere guardato, ti dice le cose che vuoi sentirti dire. E’ cortese, garbata, di spirito, quasi brillante.

Ma tutto questo non è che una maschera. Una maschera perfetta, ma una maschera. Lady Susan è fredda, asettica, calcolatrice. Totalmente priva di empatia, usa e manipola le persone come fantocci soltanto per raggiungere i propri scopi. Lady Susan odia le altre donne. Vorrebbe eliminarle dalla faccia della Terra, tutte, nessuna esclusa. Persino sua figlia. Perché Lady Susan è convinta e vuole essere l’unica, la più perfetta, la più voluta. E per ottenere questo è disposta a qualsiasi manipolazione mentale più abietta che possiate immaginare. Infatti la sua torbida tattica è il gioco della vittima innocente, odiata dalle altre donne invidiose della sua perfezione. Quando la realtà dei fatti è l’esatto opposto.

Seduzione bieca, inganno e mindfucking: questi i pilastri morali di Lady Susan.

E alla fine non è proprio così vero che la ruota gira. Alla fine una piccola parte di vincita rimane sempre alle varie Lady Susan. Certo, una volta smascherate non potete fare a meno che provare pietà e orrore per loro, ma avranno comunque instillato una piccola goccia di veleno ineliminabile nella vostra vita. E sempre che riusciate davvero a vederle per quello che sono.

La cosa da chiedersi, però, è se a tutte quelle menzogne messe in atto per colmare un desolante vuoto di qualsivoglia qualità umana non finiscano per credere anche e soprattutto loro stesse.

Salone Internazionale del Libro di Torino 2013

 

Non so quanto indole e formazione abbiano influito di più sulla persona che sono oggi. Forse l’intreccio è stato talmente compenetrante da ambo le parti che è impossibile stabilire quale aspetto abbia maggiormente inciso rispetto all’altro.

Fatto sta che sono un topo da biblioteca. Mi nutro di letteratura, storia, filosofia, cultura in ogni senso possibile in cui essa si possa intendere. Mi nutro di libri, che siano essi in forma cartacea o digitale ché si tratta solo di un mezzo tramite il quale si veicola il contenuto. E già da questa mia posizione a riguardo si può evincere come sia priva di ogni – stavo per scrivere snobismo, ma non è il termine più appropriato – gusto retrogrado senza alcun senso. Avete mai pensato alla rivoluzione che portato la stampa rispetto ai manoscritti? E indovinate un po’, allora c’erano parecchie resistenze assimilabili in tutto e per tutto alle resistenze di oggi di fronte alla rivoluzione che ha portato il digitale nel mondo dell’editoria.

“Ah, ma io continuo a restare fedele al libro di carta”

Imbecilli. La carta è il mezzo, il supporto. Il contenuto è ciò che conta e non ha rilevanza il mezzo tramite cui viene veicolato. Ovviamente i vetero nostalgici della solocarta sono coloro i quali si autofregiano del titolo di intellettuali, perciò non ho alcuna remora a definirli chiaramente imbecilli, con un’esortazione a migliorare le proprie capacità cerebrali invece di crogiolarsi le proprio narcisismo intellettualoide.

Per me, carta o Kindle fa poca differenza. O meglio, il digitale ha l’enorme vantaggio dal risparmiare la mia povera schiena già sufficientemente provata. In realtà, convenienza e comodità sono il discrimine per farmi scegliere di volta in volta l’uno o l’altro mezzo.

Ma torniamo a parlare del Salone del Libro. Anche se finora in realtà ho già toccato il problema. Ho sempre amato i libri in modo molto ingenuo; forse perché sono abituata a essi da talmente tanto tempo che sono divenuti la mia naturalità e non riesco proprio a vederli come un modo per sfoggiare la mia cultura. Forse è per questo che mi sento un’estranea al mondo lavorativo a cui – precariamente – appartengo. Fare i poser intellettuali va così tanto dalle mie parti. Leggere per far vedere che si legge è il dictat dell’ambiente accademico.

Ebbene, il Salone del Libro è la sagra dei poser intellettualoidi. Motivo per cui, anno dopo anno, la mia affezione nei confronti della manifestazione è scemata vertiginosamente. Ovviamente non solo per questo: uno dei fattori che mi ha portato a non andarci più nell’ultimo paio d’anni è di natura economica.

Che volgarità parlare di soldi, penserà qualcuno. Qui si parla di cose alte, lasciamo le cose materiali ai poveracci. Eh. Evidentemente sono l’unico esemplare di intellettuale che mangia, anche.

Allora, chiariamo una cosa. Ho sempre letto tanto. E i libri sono sempre costati abbastanza, soprattutto quando ero ragazzina e ne compravo a caterve; certo, i migliori soldi spesi nella vita, chi dice il contrario. Ma sicuramente ho sempre cercato di comprare edizione economiche in offerte: il bilancio per i libri è sempre stato ben consistente.

Ora siamo in crisi nera, inutile negarlo. Il settore dell’editoria lo è da molto tempo, prima ancora che la parola crisi iniziasse a circolare a tambur battente. So bene, proprio a livello contabile, quali siano i margini per editori e librerie. Ovviamente sono dispiaciuta da un punto di vista personale (e anche perché in un mondo parallelo mi sarebbe piaciuto lavorarci), ma francamente l’unica cosa che penso è che se la sono meritata.

Perché? La risposta è molto semplice: immobilismo e cecità. L’industra dell’editoria non è stata in grado di evolversi, guardare avanti, adeguarsi a un mondo che sta cambiando molto in fretta; gli editori sono rimasti arroccati in un modello imprenditoriale anacronistico, talmente pregni di ottusità da non accorgersi di quello che stava accadendo intorno al loro piccolo mondo autoreferenziale.

Il Salone Internazionale del Libro. In un Paese in cui l’abbruttimento culturale va di pari passo con l’impossibilità di mettere insieme la cena, gli organizzatori fanno pagare un non simbolico biglietto di ingresso, gli editori si lamentano di non poter applicare nemmeno un 5% di sconto (quando basta andare sul Kindle Store o in qualsiasi libreria fisica per trovare costantemente offerte dal 20% al 25%), le conferenze sono talmente banali da sembrare già sentite una decina di anni prima (“Hanno inventato il digitale” uhhhhhh.) e tenute da persone insulse e boriose che non hanno nulla, ma proprio nulla da dire, ma che sono così contente di potersi mettere in mostra. Un Salone che sa di muffa. E in cui si aggirano solo mummie, mummie di radical chic che leggono per far vedere che leggono.

E concludo citando una meravigliosa canzone di Gaber:

e se invece sto leggendo Hegel
mi concentro, sono tutto preso
non da Hegel, naturalmente
ma dal mio fascino di studioso.

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Georges Simenon – Il Destino dei Malou

 

Non conoscevo Georges Simenon al di là della serie di romanzi dedicati al celeberrimo Commissario Maigret. Serie di gialli che ho sempre adorato per la capacità di calarmi nella perfetta atmosfera di una fumosa, malinconica e fredda Parigi degli anni ’30. Una Parigi che sembra un po’ sulle sue dapprincipio, dall’aria triste, ma che lascia comunque un’impressione di tenerezza e tanta voglia di piangere, quando la lasci.

 

 

Ho ritrovato tutto questo, ne Il Destino dei Malou, romanzo che nulla ha a che fare con i polizieschi di Maigret. Non è Parigi, non è la metropoli, non è la grande città; è la provincia, una piccola città qualsiasi della Francia. Ma l’atmosfera della Francia è la stessa di Parigi e viceversa. Il fumo, la malinconia, il freddo, la tenera bellezza della nebbia e una lacrima sempre sul punto di scorrere.

E’ in questo mondo che accade l’evento: l’evento del romanzo, l’evento della vita che altro non è che la morte. Il padre di Alain, Eugène Malou, si uccide con un colpo di pistola e Alain si ritrova catapultato fuori dalla vita ovattata di adolescente. La morte mette Alain di fronte alla consapevolezza della propria vita, poiché fino ad allora Alain non ha realmente vissuto: non si è mai soffermato a cercare di capire chi e cosa gli stava attorno, le vite che gli passavano davanti. Ed è proprio la morte del padre che risveglia Alain. Lo mette di fronte alla necessità di capire chi fosse realmente Eugène Malou, l’uomo che gli ha sempre vissuto accanto ma non ha mai conosciuto davvero. Ma Alain ha voglia di capire, ha voglia di rendere giustizia ha un uomo che è circondato da troppe ombre, forse anche torbide. Alain ha bisogno di capire, perché sa che non riuscirà mai a capire se stesso senza conoscere la propria storia che deriva da quella di suo padre. Diventare adulti, però, significa anche accettare quello che nella nostra mente vorremmo che non fosse mai avvenuto; significa fare i conti con una persona reale che non collima con quella da noi idealizzata. Accettare la storia del padre nella sua totalità, fare pace con il suo passato, con il proprio passato, permette ad Alain di capire chi realmente egli sia e in quale direzione dirigere la propria vita.

Della lettura, della frequenza della lettura, della qualità della lettura

 

Dalla frequenza con cui aggiorno questo blog penserete che tutto sommato io non sia una divoratrice di libri. In realtà il lavoro ha drasticamente ridotto il tempo per le letture “libere” e non penso che ci sia qualcuno lì fuori interessato a testi spaventosamente specialistici; oltretutto non sono una fagocitatrice di libri. L’ossessione compulsiva si manifesta sotto varie forme e io amo troppo i libri per ridurre il tutto a uno sterile “vediamo quanti più libri riesco a leggere in un mese”; non si fanno gare di numeri qui. Mi capita di incappare spesso in persone che sembra facciano sfoggio del proprio hobby in modo quantitativo-compulsivo. Per cui conta soltanto il fatto di poter arrivare a fine mese (?) e dire di aver letto più di un tot di libri (?). Un workout di parole, più che una piacevole parte della propria vita.

A me i libri piace gustarli. Assaporarli, sentirli, riempirmi di essi. Per cui mi rifiuto di considerarli come “numeri” da consumare. Voglio che ognuno di essi mi accompagni per un pezzettino della mia vita, senza scadenze, senza fretta di finireeiniziareefinireeiniziare.

Ovviamente quando ero ancora studentessa riuscivo a mantenere una media piuttosto ragguardevole, ma la vita da (pseudo-)adulta ha risucchiato gran parte di tempo ed energie. Il che non significa che io legga di meno, anzi, se prendiamo in considerazione il parametro quantitativo leggo considerevolmente più ora, ma si tratta quasi sempre di letture relative al lavoro che è di per sé piuttosto particolare, per cui le letture relative a esso sono abbastanza dense e totalizzanti.

In realtà, se fossi una persona lavorativamente coscienziosa al 100% non potrei nemmeno permettermi letture “alternative” che esulino dall’oggetto della mia materia. Ma tant’è, in fondo sono un Kender.

Per l’appunto, questi ultimi tempi sono stati occupati dalla (consistente) saga delle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco del buon G. R. R. Martin, saga ormai famosissima grazie anche alla ben fatta serie Game of Thrones. Essendo io una drogata al contempo di libri, fantasy e serie tv ho voluto aspettare il tempo sufficiente prima di raccontarvi cosa ne penso a proposito della saga, sia dal punto di vista libresco che telefilmico.

In attesa di questo post che non so ancora quando riuscirò a partorire, vi sorbirete una recensione di un romanzo francese, giusto per farvi rabbrividire un po’ nell’attesa (breve).

E poi volevo anche scrivere due righe sul Salone del Libro!

Consapevole del fatto che nessuno stia sentendo la mia mancanza vi saluto calorosamente con un cuoricino che fa tanto blogger per bene.

Dell’utilità (?) della storia del pensiero. Dell’(in)utilità della mia vita.

Sono stata una ragazzina fortunata. Ho avuto la fortuna di aver incontrato, durante gli anni della mia formazione, persone che hanno sempre incoraggiato la mia curiosità intellettuale. Persone che hanno saputo catturare la mia sfuggevole attenzione di adolescente e l’hanno indirizzata laddove anelava di arrivare. Non solo non hanno bloccato sul nascere, ma hanno fatto modo di incalzare tutte le domande che a quel tempo – anzi, già da quando ero bambina – iniziavo a pormi. Io fondamentalmente volevo conoscere. Qualsiasi cosa. “Mi innamoravo di tutto” (cit.). Volevo conoscere i segreti del mondo, venire a capo dell’universo, dare ragione dell’esistenza stessa.

Volevo andare a fondo nel passato.

Perché – questa è stata un’intuizione che ho avuto immediatamente – sapevo che non sarei andata da nessuna parte se non fossi partita dalle radici. Io volevo conoscere l’umanità tutta. Volevo conoscere da dove è partita per sapere dove sta andando.

E così sono finita a fare quello che faccio: la storica della filosofia, la storica del pensiero, la medievista in particolare.

Perché la medievista? Perché volevo sapere da dove è nata la fisica moderna, da dove hanno origine tutti i discorsi intorno alla cosmologia. Perché volevo sapere quali impedimenti alla libertà di pensiero hanno modificato la storia occidentale. Volevo sapere qual era la storia dei vinti. Perché la storia è scritta dai vincitori. Io volevo recuperare il dimenticato, dargli nuova vita, portarlo alla conoscenza di tutti. Volevo dare una possibilità ai vinti.

Ho sempre creduto in tutto questo. E questa è stata sostanzialmente tutta la mia vita. Lo scopo della mia vita.

E ora invece ho capito che forse non ha tutto quel senso che credevo avesse.  Semplicemente perché non importa a nessuno. A nessuno importa conoscere il proprio passato, nessuno ha la curiosità di portare alla luce ciò che è rimasto sepolto. Nessuno è curioso di conoscere. E allora che senso ha tutta questa mia fatica? La storia del pensiero occidentale. Suona persino come una cosa ridicola, dall’esterno. Quante voci ho sentito ridere malcelatamente. Forse hanno ragione quelle voci. Forse la mia resistenza a questa fagocitante agonia futuristica non ha alcun senso.

Mi arrendo.

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Il Piano Infinito – Isabel Allende

 

 

Ho scoperto la Allende parecchi anni fa, con l’arcinoto capolavoro La casa degli spiriti. In seguito ho letto, apprezzando moltissimo lo stile di scrittura dell’autrice, Il piano infinito, sperando di reimmergermi nelle stesse atmosfere, che definirei quasi oniriche dal momento che la Allende ha questa straordinaria capacità di trasportare il lettore direttamente dentro al mondo di cui racconta. Un mondo reale ma che fatico a definire realistico, infarcito di personaggi lirici che stridono con la crudezza di quel che realmente accade.

Il piano infinito è il racconto di un’esistenza. L’esistenza del gringo Gregory Reeves, del suo viaggio all’interno dei momenti fondamentali di tutta un’epoca, quella post-contemporanea che era ancora agli albori. Un periodo denso di trasformazioni e radicali cambiamenti all’interno della società, una società che fatica a riconoscersi in quella che era e non riesce a stare al passo delle sue stesse trasfigurazioni.

La vita di Gregory Reeves si intreccia con la “grande storia” e ogni tappa della sua esistenza evolve con quelle di tutti gli altri. Attraverso la modernità nata dal dopoguerra, attraverso l’espansione e il brulicamento della grande città universitaria, attraverso i movimenti di rivolta sociale, attraverso i cambiamenti all’interno delle relazioni sociali stesse, fino alla guerra del Vietnam. Un vorticoso incedere di differenti paradigmi culturali di riferimento che si ampliano in modo esponenziale fino ad arrivare al devastante sconvolgimento del conflitto e alle sue ineludibili conseguenze.

Ma la vita di Gregory Reeves non è solo un attraversamento di momenti storici, è al contempo un viaggio all’interno dei meandri della psiche dell’uomo stesso. Una vita spesa in assenza di punti di riferimento, né esterni né tantomeno interni, che portano Gregory Reeves più volte sull’orlo dello stesso baratro. Fino al momento in cui la decisione coraggiosa di guardare finalmente dentro se stesso riuscirà a dare un senso a una matassa ingarbugliata e disordinata. Fino al momento in cui Gregory Reeves riconoscerà “il piano infinito” su cui ha condotto la sua vita.

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Il Cimitero di Praga – Umberto Eco

Per me Umberto Eco è soprattutto Il nome della rosa. Sarei troppo prolissa se ora mi mettessi a raccontare di quanto sia stata determinante per il proseguo della mia vita la lettura di quel testo, intorno agli undici anni. Troppo pochi per capirlo in tutti i suoi labirintici meandri di riferimenti culturali e letterari. Eppure sufficienti per rimanerne segnata. Un testo ripreso tra le mani qualche anno dopo, con la mente da liceale pregna di informazioni che mi permisero di entrare dentro quel mondo. Un testo che dovrei riprendere in mano ora, da medievista, per poter dire “ah, già”.

Naturalmente ho letto – e apprezzato – anche altro di Eco, ma negli anni più recenti nessuno dei suoi libri ha più suscitato grande interesse per me. Quando è uscito Il cimitero di Praga, ormai già due anni fa, mi sono sentita particolarmente ispirata. Non so, forse speravo in un secondo Il nome della rosa. L’ambientazione è situata nel XIX secolo: pieno Risorgimento in Italia e periodo tumultuoso di moti in tutta Europa. La vicenda si svolge tra Torino, Parigi e Palermo. La ricostruzione storica è realizzata con estrema cura e precisione, del resto non c’era da aspettarsi di meno da Umberto Eco. Tutti i personaggi e gli eventi sono realmente esistiti, con l’eccezione del protagonista.

Protagonista o, forse, sarebbe meglio dire protagonisti. Protagonista è il capitano Simone Simonini, agente segreto, falsario e responsabile della gran parte degli intrighi di quel periodo. Ma protagonista è anche l’abate Dalla Piccola che si inserisce a tratti nel racconto, in forma epistolare. All’inizio del romanzo è proprio il mistero dell’identità del(i) protagonista(i) che si impone al lettore. Tra amnesie, travestimenti e lapsus non si riesce a capire chi sia chi e perché ci sia. Forse Eco sperava che la suspence del mistero dell’identità di Simonini e Dalla Piccola si prolungasse per buona parte del romanzo, ma, francamente, il tema del doppio (Dr. Jeckyll and Mr. Hyde anyone?) non è stato inventato da lui con questo testo. Eco è più che ben consapevole della letteratura che lo precede e questo “doppio” in fondo costituisce un “mistero” solo per i lettori più ingenui. Ottima, anzi, perfetta, è la caratterizzazione: i due personaggi incarnano tutti i valori, disvalori, modi di pensare, preconcetti, convinzioni, ideali di quel periodo. Simonini/Dalla Piccola è l’Uomo ottocentesco, né più né meno.

Dunque, abbiamo detto che i personaggi sono tratteggiati splendidamente, il contesto è ricostruito in modo impeccabile e la scrittura… beh, stiamo parlando di Umberto Eco: pura e semplice perfezione, una vera e propria arte dell’uso della lingua. Eppure questo libro non va. Il tema del doppio è sviluppato in modo troppo banale e prevedibile, il linguaggio così “giusto” si rivela soltanto un vezzo retorico auto-compiacente: tanto e troppo per lasciare niente.

Eppure, in questo libro insopportabilmente pedante – tanto da richiedermi un enorme sforzo per terminarlo – qualcosa che alla fine ho apprezzato c’è: l’ironia con cui viene messo alla berlina tutto il fumoso complottismo proprio di quel secolo e che, curiosamente, si sta ripetendo oggigiorno. La critica (di una certa parte ideologica) si è indignata di fronte al ritratto di un cattolicesimo ottuso, razzista e intollerante. A costoro mi permetto di suggerire di tornare a sfogliare qualche libro di storia.

Alessandro Baricco – Mr. Gwyn

Seppur abbia apprezzato molte opere di Baricco (Novecento, Oceano Mare, Seta), non mi è mai scattata la “molla” per acquistare questo suo recente lavoro, Mr. Gwyn; mi è stato, infatti, regalato. Perciò non sapevo bene cosa aspettarmi – è una sensazione strana, per me, quella di leggere un libro che non si è scelto –, anche se speravo di trovare quello stile letterario che ho sempre gradito. Mi sono quindi approcciata con grande curiosità a questo testo, dalla copertina e dalla quarta piuttosto enigmatiche ma, nondimeno, invoglianti. Tanto che ho finito di leggere questo romanzo in una sola notte.

 

Chi è Mr. Gwyn? Mr. Jasper Gwyn (scelta del nome deliziosamente anglo-sassone, così come l’ambientazione londinese) è uno scrittore che, all’improvviso e all’apice della notorietà, decide di smettere di fare quello che è il suo mestiere. Inizialmente ho pensato che la trama fosse – per quanto avessi comunque voglia di continuare a leggere dato che mi diletto di scrittura – un po’ banale. Il tipico racconto di una crisi creativa, il blocco dello scrittore ecc. Le cose, però, si sono fatte da subito interessanti.

Innanzitutto, è molto interessante la questione dello “smettere”. Smettere di fare non un semplice lavoro. Smettere di fare ciò in cui si riesce meglio, smettere di fare ciò che si è fatto per tutta la vita, smettere di fare ciò per cui si è nati. Non è soltanto una questione di iniziale forza di volontà, la stanchezza nata dalla routine, la noia data dal successo già ottenuto; non è semplice voglia di fare qualcos’altro. Ci vuole un grande, enorme impegno a fare ciò a cui tende ogni nostra inclinazione, tutto il nostro essere. Forse è la cosa più difficile in assoluto non fare l’unica cosa che siamo in grado di fare.

E infatti, Jasper Gwyn non riesce fino in fondo a mantenere la propria risoluzione. Certo è che vuole fare qualcosa di diverso, vuole guardare il mondo da una nuova prospettiva. E allora quale miglior modo di osservare il mondo facendo il copista? Ritrarre la gente. Il ritratto è il modo migliore per osservare la realtà, l’umanità stessa e, quindi, anche per comprenderla nella sua più profonda essenza.

Ma Jasper Gwyn non sa dipingere; non sa neppure scolpire. L’unica cosa che sa fare è scrivere. E quindi l’unica soluzione è quella di ritrarre attraverso le parole. Questa è l’arte misteriosa e avvolta di magia della nuova vita di Mr. Gwyn. Osservare. A lungo. In silenzio. E riuscire a dare vita, attraverso un racconto, all’essenza stessa di una persona.

Ma l’atmosfera onirica è destinata a infrangersi in fretta: perché il Male si insinua in ogni meandro e riesce a corrompere anche un universo fatto di parole. Nondimeno, un amore trattenuto, rimandato, inespresso alla fine si compie. Anche se è troppo tardi, anche se non è più il tempo. Alla fine la corresponsione si compie, attraverso le parole non dette, ma scritte.

Le opinioni su Alessandro Baricco sono molto contrastanti. Viene accusato di essere un autore troppo commerciale, ma al tempo stesso troppo virtuosistico, pieno di tecnicismi letterari. Sinceramente, è così raro vedere qualcuno che sappia realmente cosa significhi scrivere che è un piacere leggere un autore in grado di utilizzare con maestria la propria lingua. Certo, è un uso tecnico della scrittura creativa. Ma la scrittura non è creativa se non conosce il proprio mezzo. Il sacro fuoco dell’arte non arriva se non è veicolato in modo sapiente da chi possiede sia arte che tecnica. Perché non c’è una cosa senza l’altra.

Phlip K. Dick – Trilogia di Valis

Terzo e – non credo – ultimo appuntamento con l’autore che ho scoperto amare alla follia e che mi ha battezzato allo sci-fi. Sicuramente ci incontreremo ancora.

Eccoci giunti all’ultimo “appuntamento”, se così si può dire, della commemorazione dell’opera dickiana. Commemorazione, ma direi piuttosto riscoperta, rivalutazione, o, addirittura, oserei utilizzare proprio il termine “scoperta”. Perché – come spero di avervi mostrato nel corso di queste recensioni e come spero di rafforzare questa opinione grazie a questo ultimo scritto – voglio ribadire che Philip Dick sia l’autore più sottovalutato dell’era contemporanea.
Ci ho messo parecchio tempo per finire di leggere quest’opera. E non dipende (soltanto) dalle 678 pagine. Questo è un libro che non si concilia con la fretta che ha invaso la totalità della nostra vita: è un libro che va assaporato, parola per parola, rigo per rigo. Un testo denso, il cui significato ha bisogno di tempo per essere assimilato. Pagine che devono essere sfogliate con lentezza e intervallate da frequenti pause. Per pensare, per interiorizzare, per far proprie queste righe, per assimilarle. Lettere che vanno cucite sulla propria pelle, in modo da non potersene più liberare.

La Trilogia di Valis è l’ultima, grande opera di Dick, pubblicata da Fanucci in un unico volume negli anni ’70. Possiamo considerarla a pieno titolo il testamento intellettuale dell’autore, la summa di tutti i temi più cari a Dick e che hanno fatto comparsa nelle opere precedenti. Qui tutto è giunto a piena maturazione ed è sottoposto alla valutazione analitica dello scrittore che è arrivato ad avere una visione più onnicomprensiva del tutto.
Psicosi, morte, malattia, compassione, saggezza, sovrapposizione tra reale e immaginario: questi i temi cari a Dick e ricorrenti nelle sue opere, e qui nella Trilogia come non mai.
Tre storie indipendenti l’una dall’altra, ma soltanto a un primo sguardo: se si presta sufficiente attenzione il fil rouge è evidente.
Tutto parte da un’esperienza che Dick ha vissuto personalmente: egli era convinto di aver avuto una serie di apparizioni mistiche nel 1974 e che hanno cambiato la sua vita. Un’inquietudine e un’ossessione per la ricerca della salvezza, propria e del genere umano, lo portarono alla convinzione che fosse giunto il momento dell’Apocalisse, il tempo in cui si compie la battaglia decisiva tra Bene e Male.

In questo senso la Trilogia di Valis si colloca come una ricerca del senso ultimo dell’esistenza, anzi in questo senso è la ricerca, l’unica e fondamentale. La ricerca del fondamento, della spiegazione di ogni essenza e della vita stessa.
La prima tappa, costituita da Valis, vede protagonista Horselover Fat – alter ego e vero e proprio doppio di Dick stesso, in un continuo e conscio alternarsi schizofrenico –, un uomo allo sbando, un fallito, preda delle dipendenze fisiche ed emotive e dei propri deliri psicotici. Horselover Fat è convinto di aver ricevuto una sorta di illuminazione epifanica, in cui gli è stata rivelata la presenza divina. Dio, la fonte, la sorgente dell’esistenza, Valis. Lui e i suoi amici si mettono così alla ricerca di Valis, mettendo insieme tracce e indizi: cos’è Valis? Valis è informazione. L’universo è un libro in cui sono inseriti dati di informazione. Informazioni, saggezza: sophìa. Sophìa che si contrappone alla malattia, alla morte – rappresentata da Dick con svariate figure femminili, tutte caratterizzate da una marcescenza mentale, un cancro dell’anima fagocitante e distruttivo – che vuole trascinare nell’abisso con sé.

Con Divina Invasione, la divinità compie una seconda incarnazione per fare irruzione direttamente nel mondo. Di nuovo troviamo ricorrente la figura della donna malata, nel corpo ma soprattutto nell’anima: un ineluttabile senso di morte che divora tutto ciò che ha attorno. Il mondo è regno del Male, della follia, della distruzione: dell’irrazionale. Cos’è Dio, Yah? Dio è il razionale che irrompe nell’irrazionale, per mettere ordine, per fornire informazioni. Ma qual è l’oggetto di queste informazioni? La saggezza, unita alla compassione: questo è il Bene che deve irrompere nel mondo per salvarlo. Ma la compassione, realizzando sé stessa, ha permesso al Male di scatenarsi e imperversare nel mondo.
L’opera si conclude con La trasmigrazione di Timothy Archer. La morte e la follia sembrano aver preso il sopravvento, un fato ineluttabile contro cui non si può agire in alcun modo. La fiducia nelle informazioni, nella razionalità sembra svanita: non c’è più alcuno spazio per la ragione. Le parole non servono a nulla, se non a farci rimanere prigionieri di esse e farci perdere di vista quel che è realmente importante. Ma cosa è importante? Qual è l’essenza ultima, che racchiude tutto il resto? Dov’è Dio, anòkhi, la conoscenza? La comprensione del tutto deriva dalla consapevolezza che l’unica via è la compassione: questa è saggezza, questa è sophìa. Ma la compassione avrà ragione della morte, delle parole prive di significato, dell’immobilità? L’esito rimane incerto.

Non so se sono riuscita a rendere omaggio alla grandezza di questo lavoro realmente immenso. Immenso per lo stile, per la perizia scrittoria, per la cultura vastissima e straordinaria che traspare da ogni frase, citazione, allusione riferimento, per il tema trattato. Come può essere accaduto che Dick sia stato relegato entro i confini ristretti del genere sci-fi? Questa è un’opera che deve necessariamente essere inserita tra i capolavori della letteratura contemporanea, senza remore.

 

Recensione pubblicata da Paper Street

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